08/02/2009

[...]Persone in questo stato vivono, soffrono, possono avere un figlio.

Col rischio che nasca come Pier Silvio? Meglio la morte.


Ora, già ci rende impossibile la vita con la sua dose di tracotanza, ignoranza, presunzione, battute non richieste, leggi porcata, ministri porci…ci mancava soltanto che ci impedisse di morire come abbiamo scelto. E’ chiaramente la sindrome di Dio. Lui che dell’altissimo non ha nulla, a cominciare dalla ben evidente statura. Lo trovo rivoltante. Quest’anno il Milan non ha comprato solo Ronaldino, ma anche Eluana Englaro. Perché lui compra tutto, tutto gli è dovuto, tutto è suo: non può e non deve esistere nulla di cui non possa decidere. Un calvario di 17 anni non esiste, le volontà e la lotta di un padre naturale, per carità. Una sentenza, pfui. Lui ha il Parlamento, i suoi servi, le sue pistole. Lui, se potesse, comprerebbe anche l’aria e ti direbbe come e quanto respirarla. Ovviamente non devi essere comunista (scala che va da vagamente di sinistra a marxista-leninista, passando per frocio, sardo e Soru). In tal caso non-la-devi-respirare! E’ sua! Volevo ritinteggiare casa. Potrò? O farà un decreto apposta per me?

 

Che poi fa gli incentivi per la rottamazione: auto, elettrodomestici, mobili. Mobili? Mobili. E già che c'eri un bell'incentivo per quelle vite che vite non sono più?

 

Di chi è la vita di Eluana Englaro? Non è più sua da 17 anni, si pensava fosse dei genitori e invece no. E’ del Bassissimo. E dicono che abbia lanciato la scalata per spartirsela: 50 lui e 50 il Vaticano. La borsa di Milano segna un timido +0,1.

Testamento biologico: se fossi ridotto male, molto male, tanto da non potervelo più dire con le mie parole, voglio che facciate questo della mia vita: imbottitemi di tritolo, per benino, tutto attorno al corpo. Impostate lo scoppio in modo tale che basta un semplice click e addio. Quindi invitate al mio capezzale il presidente del consiglio (tanto sarà per sempre lui). L’esatto momento del click? Quando si chinerà su di me per sussurrarmi che ha fatto un bel decretuccio su misura. Ecco, precisamente. E bum.

 

Siamo governati da talebani. Il doppiopetto non fa differenza. La laicità dello Stato - immodificabile e sacra, per la Costituzione - non esiste. Non è mai esistita. E' come gli UFO. Le norme razziste dilagano, dilaga il razzismo e la giustificazione ad esso. E' la barbarie. La crisi non esiste, altro che crisi: siamo i più grandi esportatori di figure di merda e di cazzate. Valanghe. Nessuno riesce ad imitarci. E quando penso che tanti, troppi giustificano ed appoggiano ogni singolo gesto del Bassissimo, vorrei essere Eluana Englaro. Giuro. Non sentire più neanche una di queste infamie. Vivere da qualche parte nel baratro e al diavolo tutto. Però, no, cazzo. Poi mi fanno un decreto e questo mi imbarazza, sono un tipo timido, io.

 

Già nun ce fai vivere. Facce armeno morì.

postato da: Hackmuth alle ore febbraio 08, 2009 11:05 | Permalink | commenti (1)
categoria:indignazioni
21/01/2009


Roma. Gianfranco Fini contestato alla Sapienza. Un ragazzo gli urla fascista e viene dato ordine di identificarlo. Finalmente qualcuno che mi riconosce per quello che sono, commenta rincuorato il Presidente della Camera.

 

La ditta svedese Ikea metterà in commercio la nuova poltrona ergonomica Villari. Così comoda che non ti ci alzi più.

 

USA. Obama ha finalmente giurato. Sarà il 44esimo Presidente degli Stati uniti d'America ed il primo abbronzato.

 

Afghanistan. Portavoce dei taliban dichiara: “Non abbiamo nulla contro il neo presidente Obama, ma se cambiasse la B in S saremmo anche disposti a trattare con lui”.

 

Brasile. Il governo non concede l’estradizione per Battisti. Forte sdegno in Italia. Il Ministro della Cultura Bondi dichiara piccato: “Hanno già Caetano Veloso, non possono rapire un nostro grande cantautore”.

 

Gaza. L’esercito israeliano ha utilizzato armi al fosforo bianco. Un generale deluso dichiara: “Ora le abbiamo provate proprio tutte, ma ‘sti palestinese non se ne vogliono andare comunque”.

 

Sanremo. Povia dichiara di essersi guarito dall’omosessualità e di avere guarito due amici, ora felicemente sposati. Già pronta, in Vaticano, la procedura di santificazione.

postato da: Hackmuth alle ore gennaio 21, 2009 18:11 | Permalink | commenti (6)
categoria:news
21/01/2009

“Ancora oggi credo che una buona parte di italiani - di destra, centro o sinistra - vivrebbe nel fascismo come dentro la propria pelle. Magari dentro un fascismo meno coreografico, con meno riti, con meno parole, ma fascismo. Un regime che non dia loro la preoccupazione di pensare, di valutare, di scegliere.”

Leonardo Sciascia


P.S.: spero di tornare presto a scrivere. Ho accumulato abbastanza nausea, abbastanza rabbia, abbastanza acido. Sto scrivendo un nuovo romanzo. Che nulla c'entra con fascismo dilagante - catodico, effettivo, qualunquista. Ma che, in qualche modo, c'entra col fatto che rischiamo ormai di essere una banda di disinnescati. A presto, forse.

f.
postato da: Hackmuth alle ore gennaio 21, 2009 11:34 | Permalink | commenti (4)
categoria:
26/10/2008


Circa undici milioni di persone morirono nei campi di concentramento nazi-fascisti. Secondo la Questura solo trecentocinquantamila.


I sette nani secondo la Questura erano solo tre. Cucciolo, per esempio, era un impostore.

Parlare dei Dieci comandamenti è errato, un falso storico, dice la Questura. Erano soltanto sette e il quinto diceva: "Non commettere atti impuri, brutto frocio del cazzo".

Il Fascismo durò vent'anni? Assolutamente no, secondo la Questura. Dura ancora oggi e, scusate, abbiam superato alla grande i 70.

John Holmes mentiva, secondo la Questura. In verità erano ventisette centimetri e due regalati, bugiardo del cazzo.

"La carica dei 101? Risibile bugia" dice la Questura. Pare ben evidente che sia nel cartone animato sia nel film quegli sporchi cagnacci bianco e neri siano al massimo una cinquantina.



postato da: Hackmuth alle ore ottobre 26, 2008 13:54 | Permalink | commenti (4)
categoria:indignazioni, freccette
14/10/2008
Forse ci siamo. Ho trovato la quadra dentro di me. Ora mi manca il tempo. Ma ho ricominciato a scrivere con un progetto davanti. Questo è l'incipit di quello che spero sia, finalmente, il mio nuovo romanzo.

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Qualcuno gridò nell’ufficio di Giovanni.

“Non liquidi la mia preoccupazione come una fottuta paranoia!”. La frase fu sottolineata dal rumore secco ma tondo di un bel pugno piantato sulla scrivania. Dopo qualche secondo – dieci, ci avrei scommesso – una sedia fece gemere il parquet in una nota colorita. Sapevo per esperienza come sarebbe andata. Giovanni avrebbe scavalcato la linea di confine immaginaria che lo separava dal cliente, oltre la scrivania. Si sarebbe fermato a mezzo passo da lui, una mano sullo spigolo del ripiano. L’avrebbe rassicurato con la sua voce pacata e senza esitazioni. “Lungi da me parlare di paranoia, caro signor Pincopallo. Sono qui per ascoltarla e valutare le azioni possibili. Misurare la gravità. Il mio primo approccio non è diverso da quello di uno psicoterapeuta. Sondo. Non dubito. Scompongo. Ho bisogno della sua fiducia. Senza la fiducia non si costruisce nulla. Dunque, dicevamo… Può raccontarmi daccapo cosa la angustia?”. Era una tecnica affinata con l’esperienza. Fingersi dapprima dubbioso, quasi recalcitrante, infastidito. Far lievitare il bisogno di sentirsi rassicurato, compreso. Fare intuire qualche soluzione, mai la fretta, sempre una calma riflessiva. Strappare il massimo.

“Non deve preoccuparsi più di nulla. Faremo in modo di capire. Forniremo le prove. O le confuteremo. Siamo sbrogliatori di matasse. Lo facciamo di professione. S’intende di filosofia? Quella di Hegel era detta nottola di minerva. La nottola è un pipistrello. Sa perché era detta così? Perché il lavoro della ragione inizia quando la realtà è già fatta, quando è sera ed il giorno si è già svolto. Così lavoriamo noi. La realtà è già fatta. Cerchiamo le prove, gli agganci, i motivi, le follie. Le cerchiamo quando già si depositano da tempo. E ve le restituiamo, cosicché decidiate cosa farne. Lavoriamo di giorno, ma lavoriamo anche di notte. La notte ci è amica. Le matasse più complicate si attorcigliano di notte. E Torino, sa, è un gran baule di matasse. Quando vuole che cominciamo?”.

Lavoravo nell’agenzia di investigazioni “La nottola” da sei mesi. Ero l’ultimo arrivato, il più giovane ed inesperto. Mi aveva condotto lì la precarietà e una buona dose di fumosi noir d’epoca. Il mio lavoro non era esattamente esaltante. Non ancora. E nemmeno troppo remunerativo. Ma andavo a nozze con la mia insonnia e con la passione per il rock n’ roll. Niente di meglio che ascoltarlo di notte durante un appostamento in auto.

postato da: Hackmuth alle ore ottobre 14, 2008 17:17 | Permalink | commenti (2)
categoria:incipit
09/10/2008
Chiacchiere da ufficio. Perché capita anche che ci si diverta. E’ sera, ho scelto di lasciare le luci spente per riposare gli occhi. Sto pensando ad una discussione appena avuta e che si trascina dal giorno precedente. Mi scopro davvero irrazionale, talvolta. Penso: se abbiamo 101 motivi per stare bene con una persona e soltanto 3 per starci male, inciamperemo più spesso su questi ultimi che sui primi. Nella stanza entra Antonella. Si siede davanti a me. Rompiamo il ghiaccio parlando di litigi, gelosia, palle varie. Dopo qualche minuto si aggiunge anche Francesco, mio omonimo ma detto Lungagnone per i suoi quasi due metri di altezza e la sua ossatura che piacerebbe a Tim Burton.
 
ANTONELLA: “A me viene naturale chiudere un litigio il più in fretta possibile”.
IO: “Anche a me. Se litigo la sera devo addormentarmi con almeno uno spiraglio”.
ANTONELLA: “Preciso!”.
IO: “E poi conta che io sono un fottuto debole. Alla fine son sempre io che chiedo scusa, anche quando non ho torto. Chiedo scusa per tutto”.
FRANCESCO: “Capita anche a me. Una volta ho chiesto scusa per l’Olocausto”.
 
Un’ora più tardi sono nell’ufficio del managers. Si chiacchiera del più e del meno, chi cerca casa, chi s’indigna per gli affitti, chi vuole un pied-a-terre per consumare tutto tranne che i pasti.
 
STEFANO: “La mia ragazza ha visto un bugigattolo!”.
MATTEO: “Bugigattolo? Ma che parola è?”.
ROSSELLA: “Ma come che parola è? E’ italiana, mica solo dialettale. Mi pare che persino Baglioni l’abbia usata in una sua canzone”.
IO: “Vero. Famosissima. Questo piccolo grande bugigattolo!”.
 
Poi si va a casa. Sono le 8:30 quando mi siedo a tavola. Ho la pupilla sinistra più grande della destra. Ancora. Mal di testa. Mia madre mi guarda tra il tenero e il preoccupato.
 
MAMMA: “E’ solo un po’ più grossa, niente di che”.
IO: “Perché non hai visto le mie palle, mamma. Quelle sì che sono enormi”.
 
postato da: Hackmuth alle ore ottobre 09, 2008 10:09 | Permalink | commenti (1)
categoria:intercettazioni
14/09/2008


Far passare i pedoni è rivoluzionario.

La fedeltà è rivoluzionaria.

Farsi lavare il parabrezza cinquanta centesimi alla mano è rivoluzionario.

Interrogarsi è rivoluzionario, avere risposte no.

Amare il proprio lavoro è rivoluzionario (nota dolente).

Scrivere con la bic è rivoluzionario.

Fare l’amore è rivoluzionario, scopare affatto.

Fare le orecchie ai libri è rivoluzionario.

Leggere i quotidiani e trovarli veritieri è impossibile, sarebbe rivoluzionario.

Dire “fine settimana” è rivoluzionario.

“Per me tutti i politici sono uguali” non è rivoluzionario.

“Bisogna essere cittadini e partigiani” è un sempreverde rivoluzionario (ma niente da fare).

Le scarpe col velcro sono rivoluzionarie.

I campi rom sono rivoluzionari.

“L’Italia è una repubblica democratica fondata sul lavoro” sarebbe rivoluzionario, è utopico (falso).

“La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”: ahahah.

Il sorriso è rivoluzionario.

Bere un Negroni perché “è buono” è fottutamente rivoluzionario.

Avere un blog e non aggiornarlo è rivoluzionario. Non avere un blog ancora di più.

La carta di credito prepagata è rivoluzionaria.

Non avere i soldi è rivoluzionario.

Le lamette da barba con una sola lama sono rivoluzionarie.

Il pompino rischia di non essere più rivoluzionario.

Piangere è rivoluzionario.

Promettere è  falsamente rivoluzionario, mantenere è RIVOLUZIONARIO.

Il tempo indeterminato è rivoluzionario.

Comprare libri è rivoluzionario. Leggerli è meravigliosamente rivoluzionario.

Marx è rivoluzionario, Bertinotti è vecchio, Nichi Vendola forse sarebbe stato, ma.

Starsene a casa è rivoluzionario.

Restare bambini è rivoluzionario.

Sopravvivere è rivoluzionario.

postato da: Hackmuth alle ore settembre 14, 2008 11:27 | Permalink | commenti (5)
categoria:breve manuale del rivoluzionario
11/09/2008

Succede che sono in ufficio e l'occhio sinistro comincia a pulsarmi di dolore, irradiando schegge incendiarie sulla nuca. Mi capita spesso di soffire di male agli occhi. Da mio nonno ho preso la militanza partigiana e la miopia. Porto lenti a contatto ed occhiali, senza sono perduto: un mare senza confini, del colore di quelle palline matte costruite con gomme diverse. Mi alzo per andare in bagno e mettermi qualche goccia per recuperare almeno un poco di comfort. E noto una cosa: la pupilla dell'occhio sinistro è dilatata quasi a scacciare via del tutto l'azzurro dell'iride. Ho un occhio nero e uno blu, insomma. Bene. Bene, penso, sembro drogato... a metà. Sono le cinque di pomeriggio. Scappo a casa senza troppi convenevoli. Il dolore aumenta: fitte, mancanza di equilibrio, nausea. In auto sudo uno sprosito. Ho soltanto voglia di chiudere gli occhi e sprofondare in un sonno senza eco.

Dottore: "Eh sì, è proprio la pressione dell'occhio. A sinistra è molto più alta, bisogna stare attenti e farla calare. Una cura di due mesi e dovremmo riuscirci. Però deve riposare gli occhi il più possibile. Si prenda una settimana di mutua".
Io: "Non ho mutua, dottore".
Dottore: "Ah. Mi dispiace. Allora ogni tanto tenga gli occhi chiusi, al buio, per dieci minuti almeno".

In ufficio tengo gli occhiali da sole, ma servono a poco. Da metà mattina in poi è solo una serie di fitte più o meno forti e nausea crescente. Per fortuna è chiaro a tutti che non sto bene. Mi concedono qualche giorno di riposo forzato. Panico. "Preferisco avere un collaboratore sano che un collaboratore che soffre e deve scappare via dolrante". Bene, ci sta. Grazie. Ma non andare al lavoro, per me, significa rimanere indietro. Significa non guadagnare, faticare, correre, avere l'ansia. Per quanto reggerò ancora? Come posso pianificare qualsiasi cosa in questo modo? Mi danno, mi impegno, ma è vita? E forse capisco il mio male agli occhi. Forse il corpo reagisce alle influenze dell'ambiente e del lavoro. Meglio starsene ad occhi chiusi, non vedere, perdersi nel buio, asettico, senza spigoli, senza tempo. Presto comincerò a non sentire. Poi le gambe non risponderanno più all'impulso della testa. Una statua. Un futuro da statua: non ho meta, non ho ancora un tragitto, non servo. Ad occhi chiusi i pensieri aumentano. Purtroppo.
postato da: Hackmuth alle ore settembre 11, 2008 08:31 | Permalink | commenti (5)
categoria:vitaccia, me
14/07/2008
Il cielo sta male, ferito: bluastro, livido. Tira un’aria fresca e fuori luogo, qualche goccia puntina l’asfalto e il pavé di piazza Carlo Alberto, i piccioni si ammassano in equilibrio precario sulle sporgenze delle colonne, sonnecchiano. Qualcuno attraversa solitario la piazza, traiettoria insicura. Mi lancia un’occhiata fugace, per un brevissimo attimo potremmo condividere la stanchezza di questo lunedì mattina di metà luglio, ma lui è forse più sereno di me, perché dopo qualche secondo risponde al telefono in modo sospettosamente gioviale. Ho addosso una stanchezza dal sapore atavico. Sono come svuotato, ormai, mi sveglio già abbattuto – fisicamente, moralmente - , passo notti interrotte da risvegli improvvisi: quando mi ritrovo per la terza volta a bere davanti al grosso frigorifero, la mia ombra riflessa sul pavimento, ho fitte di nostalgia per gli anni della mia adolescenza. E’ bisogno di libertà, di frenare ritmi insostenibili. Non è la responsabilità del guadagno che mi sfianca, riesco a campare discretamente grazie all’aiuto dei genitori, bensì la corsa quotidiana al raggiungimento dei requisiti per guadagnare. Qui siamo tenuti al budget. Bisogna pianificarsi l’attività, organizzarsi, non perdersi dietro alle distrazioni. Avere una meta può essere motivante, ma quando le ore che passi in ufficio – moltissime – vengono poi ripagate da un trattamento economico mediocre, allora la forza scema, la motivazione si affloscia, subentra una stanchezza che è dilagante, totalizzante, quasi atavica. Già non fai il lavoro della tua vita, se poi ancora devi rovinarti sonno e fegato… Eppur mi impegno, sono responsabile e, credo, affidabile. Sono onesto, faccio gruppo, scherzo. Fumo troppo. Sempre di più. E ogni sigaretta fumata è una tacca aggiuntiva nella scala delle tensioni e delle ansie. Ho già scritto di lavoro precario e di precarie vite, non starò a ripetermi. Posso soltanto aggiungere che precario è diventato il mio sonno e precari i miei pasti serali, che col fatto che sono solo sono spesso raffazzonati o inesistenti. Quando la sera arrivi a casa e non vuoi altro che riposare e dormire, allora la tua vita è ormai schiava del lavoro: poca socializzazione, qualche film, magari due tre birre in casa. Come qualche sera fa, quando mi sono ritrovato a stappare la prima birra a stomaco vuoto, a berla sul letto, al buio, e poi alzarmi e prenderne una seconda e dopo mezz’ora una terza e infine due bicchieri di amaro alle erbe, nero e bruciante, trovandomi mezzo sbronzo, triste, a ragionare senza riuscire a ragionare, Torino torrida anche senza luce. Questa mattina il cielo sta male, l’hanno pestato duro i temporali delle scorse notti. Ho contato i giorni lavorativi prima della pausa: quindici. Potrebbero sembrare pochi, ma non col budget da fare. Me ne manca metà. Senza contare quello di agosto, per cui dovrei farlo doppio a luglio. Ma come si fa, come. La vita stride. In piazza Carlo Alberto, dopo aver guardato i piccioni, abbasso lo sguardo su “Memorie di un rivoluzionario” di Victor Serge e penso alle sue fatiche, alla fame vera, alla Parigi dei senza tetto, all’emarginazione a alla solidarietà umana spontanea. Penso: vorrei vivere di strade e incombenze quotidiane, ma vorrei vivere libero. E libero, in definitiva, non sono. Chi lo è davvero? C’è un verso di una canzone dei Baustelle che ho fatto mio, adattandolo: sono in cerca di Rivoluzione e vena artistica. Me lo tatuerei sull’avambraccio, lo scriverei sui muri. Bisogna prendere appunti di ciò che s’incontra e smuove dentro. Altrimenti è tutto perso al vento, che oggi, per la cronaca, è fresco e fuori luogo.
postato da: Hackmuth alle ore luglio 14, 2008 10:34 | Permalink | commenti (9)
categoria:vitaccia, me
30/06/2008

Visto che scrivere e vendere è sempre più difficile e visto che Moccia mi fa venire i brividi al solo nominarlo, grazie alla mia amica Elit ho avuto questa illuminazione. Un "Melissa P" radical-hot. Con questo incipit:

"Tra una scopata e l'altra leggevo I demoni di Dostoevskij. Il libro mi piaceva, ma scopare di più".

postato da: Hackmuth alle ore giugno 30, 2008 17:11 | Permalink | commenti (4)
categoria:incipit
30/06/2008

Tiro in ballo niente di meno che il Cesare Pavese de Il mestiere di vivere:

"Bestemmiare [...] è una bella attività. Viene un accesso d'asma e l'uomo comincia a bestemmiare, con rabbia e tenacia: con la precisa intenzione di offendere questo Dio eventuale. Pensa che dopotutto, se c'è, ogni bestemmia è un colpo di martello sui chiodi della croce e un dispiacere fatto a colui. Poi Dio si vendicherà - è il suo sistema - farà il diavolo a quattro, manderà altre disgrazie, metterà all'inferno, ma capovolga anche il mondo, nessuno gli toglierà il dispiacere provato, la martellata sofferta. Nessuno! E' una bella consolazione. E certo ciò rivela che dopotutto questo Dio non ha pensato a tutto. Pensate: è il padrone assoluto, il tiranno, il tutto; l'uomo è una merda, un nulla, e pure l'uomo ha questa possibilità di farlo irritare e scontentarlo e mandargli a male un attimo della sua beata esistenza".

postato da: Hackmuth alle ore giugno 30, 2008 12:21 | Permalink | commenti (3)
categoria:alibi per abitudini
02/06/2008


Ormai da due mesi aveva preso l’abitudine di dormire col cellulare acceso e la vibrazione attivata. Appoggiava il piccolo apparecchio nero sul tavolino di metallino dell’Ikea, tra il libro in lettura in quel momento e la piccola lampada senza cappello. Era un gesto rassicurante e abituale. Con l’ultimo allungo della giornata spegneva la luce e si disponeva al sonno. Sempre, senza difficoltà, anche quando Francesco era in viaggio o fuori con gli amici. Anche quella notte. La notte del messaggio, la notte del mistero.

Il tavolino vibrò seccamente e la stanza fu illuminata da un bagliore bluastro. Martina spalancò gli occhi e deglutì il cuore giù nel petto. Suonava come una grancassa fra le costole, riverberando nelle tempie. Un messaggio, penso già lucidamente. Non accese la luce. La sua mano fu guidata dalla luce bluastra. Strinse in mano il cellulare. Un messaggio ricevuto. Bene. Male. Avrebbe potuto essere uno di quei fastidiosi MMS pubblicitari. Ne riceveva a bizzeffe ultimamente. Lo aprì. No, non lo era. Era Francesco.

 

Stavo pensando a te mentre tornavo indietro sulla

strada lucida di pioggia. Pensavo al week-end e al

viaggio, ma poi sono morto. Addio.

La grancassa pestò nel petto. Martina sentì una gelida patina ricoprirle dapprima la fronte, quindi la schiena. Erano passate da poco le due di notte. Trovò la luce e l’accese. Provò a chiamare Francesco. Il telefono era spento. Ritentò, nulla. Allora pensò di provare con Stefano. Erano andati a bere insieme, come ogni giovedì sera. E come ogni giovedì sera era Francesco che si assumeva il rischio di riportare tutti a casa.
Al primo tentativo Stefano non rispose. Al secondo sì, dopo venti lunghissimi squilli.
“Martina” disse soltanto.
“Dov’è Fra?”.
“Abbiamo avuto un incidente”.
“Dov’è? Dov’è ora?”
Sapeva che il silenzio è una risposta molto eloquente in certi casi.
“Stefano… Ti prego”.
“E’… E’ morto, Martina. Quasi un’ora fa, qui al pronto soccorso”.
E il silenzio era l’anticamera per i pianti più devastanti.
“Non è possibile” mormorò Martina.
“Ascoltami…”.
“Mi ha spedito un messaggio… due minuti fa. Non è possibile. Basta scherzare”.
Ma nessuno scherzava. La Polo blu di Francesco era uscita di strada lungo la scivolosa strada che scendeva dalla collina giù sino alla città. Si era schiantata contro la piccola casupola in cemento armato dell’elettricità, tre metri più sotto. Non aveva la cintura, come al solito. Stefano si era salvato per il motivo opposto, lui che non amava scherzare con la vita. Aveva visto il volto dell’amico ricoperto di sangue e materia grigia. Era appena l’una. Ancora dovevano bere per benino. Ancora dovevano raccontarsi un sacco di cose.
“Non è possibile” ripeté Martina. “Passamelo, dai”.
Stefano chiuse gli occhi e una stanchezza devastante gli spezzò le ossa e il fiato.
“E’ morto” disse, “Mi dispiace, Martina”.
Lei pianse a lungo. Non la smetteva più, si ricaricava ad ogni sussulto, gridava. Stefano non attaccò. Se lo prese tutto addosso, quel pianto. La Polizia stradale lo aveva interrogato già tre volte, prima di consentirgli di curarsi le leggere abrasioni sul viso.
“Hai tu il cellulare di Fra?” chiese infine Martina.
“No. Non so che fine abbia fatto”.
“Hai spedito tu quel messaggio?”.
“Quale messaggio, Martina?”.
Ma lei aveva ripreso a singhiozzare. A gridare disperazione. E quando era appena riuscita a mettere un soffio d'aria tra i singhiozzi ricevette un altro messaggio.

postato da: Hackmuth alle ore giugno 02, 2008 20:58 | Permalink | commenti (8)
categoria:incipit, me scribacchino