17/04/2008


Finalmente avrò l'onore di appartenere ad una forza extra-parlamentare. Soddisfazione che fino ad ora mi era mancata. Potrei dire tutto ed il contrario di tutto su queste ultime elezioni. La delusione ha tinte fosche. Tristezza e preoccupazione vanno a braccetto. Un parlamento pieno di destra xenofoba, affarista e trafficona e di un'opposizione blanda e paracula (già pronta ad alleanze fetide), un governo guidato dall'amico della mafia, dal corruttore, dal clown in doppio-petto, dal Dorian Gray di Arcore - lui ringiovanisce ed invecchiamo malamente noi. Un parlamento senza la sinistra. Ma bisogna ripensarla, questa sinistra. Bisogna smetterla di candidare nonnetti ormai sovraesposti. Il vero coraggio è dare un taglio netto al passato. Le ideologie restano, ma devono aderire ai fatti, altrimenti puzzano. E quanta puzza in quest'ultima campagna elettorale.
 
Guardo con crescente orrore il temibile gioco del toto-ministri. La Russa alla difesa: e allora torneremo in Iraq e la nostra marina presidierà le coste cannoneggiando i gommoni dei clandestini. L'avvocatessa Giulia Bongiorno al Ministero della Giustizia: lei, diventata celebre per aver difeso il mafioso numero uno Giulio Andreotti. Il rubicondo Sandro Bondi alla pubblica istruzione: e immagino già i libri di storia rivisti e riscritti e l'ora abbligatoria di Componimento poetico, lui che scrive merdate allucinanti su Vanity fair, versi che farebbero inorridire chiunque. Mara Carfagna al Ministero per la Famiglia: lei, la donna del calendario, del culo in aria, lei, che compare in migliaia di abitacoli di camion e dovrebbe al massimo guidare il Ministero dei Trasporti. C'è da avere paura, dopo qualche sana risata amara. Mi spaventa il popolo italiano, mi terrorizza la sua memoria corta, la sua disinformazione spesso voluta, il suo menefreghismo, il suo razzismo di fondo, mi spaventa pensare che abbia deciso di dare fiducia all'uomo che ha creato un buco tremendo nel bilancio dello stato, che ha fatto leggi per sé e per gli amici di famiglia, all'uomo della legge Gasparri e della Bossi-Fini, mi lascia esterrefatto pensare ai giovani precari che lo hanno votato nonostante la legge Biagi. Ci siamo tenuti venti anni il Duce, possiamo tenerci dieci, quindici anni il fascista del tubo catodico, il barzellettiere, l'unto del signore, la peggiore sciagura che potesse capitarci.
 
Stefano: che tristezza Fra.
Io: un bel parlamento pieno di leghisti xenofobi, di trafficoni e mafiosi e veline.
Stefano: una merda.
Io: Io non mi sento italiano, cantava Gaber. Ma per fortuna o purtroppo lo sono.
Stefano: era avanti, Gaber.
Io: ma non c'è più. E non c'è più Pasolini e non c'è più Berlinguer. Però ci sono Costanzo e la De Filippi e Vasco Rossi e Walter Veltroni il missionario.
 
Mi raccomando il 25 aprile. Mi raccomando. Che fischi il vento, di nuovo.
postato da: Hackmuth alle ore aprile 17, 2008 11:01 | Permalink | commenti (4)
categoria:vitaccia, indignazioni, me
12/04/2008

Richiamati alle urne. Richiamati a dare un cenno di appartenenza. Appartengo a? Sempre più spesso sento i miei ideali traditi. Non si vuotano mai, perché resto soltanto io ad accudirli. E' un modo di vivere prima che un'appartenenza. Io vivo così, politicamente. Nella quotidianità. Essere civili è politicamente forte. Essere solidali. Essere geneticamente dalla parte dei più deboli. Io simpatizzo con gli sfortunati. Se in un gruppo di amici si bersaglia di scherno un solo individuo, io comincio a nutrire vicinanza per lui. Quando le donne delle pulizie salgono in ufficio, ogni sera alla stessa ora, io le saluto sorridendo e ringrazio quando mi svuotano il cestino. Da noi molti le chiamano "le sguattere". Sono arrivate le sguattere, è la frase tipica. Ed io provo nausea per certi individui, chi si sente superiore a o non paragonabile a o di un'altra pasta rispetto a. Gentaglia. Io sono esattamente come, non diverso da. La quotidianità è politica. Tutto è politico. Vivere è politico.

L'altra sera rientro da un appuntamento. Davanti al portone trovo la giovane donna delle pulizie (straniera) e sua figlia, una bambina dagli occhi lucidi e i denti che ballano nelle gengive. Sorrido. Dico: "Ciao. Scommetto che entreremo nello stesso portone. E prenderemo lo stesso ascensore. Vuoi vedere?". Sorride, si nasconde dietro la madre che non mi guarda. Guarda in basso. Perché questa deferenza? Siamo uguali. Basta. Non lo capisci? Non lo capisce o forse è abituata così. Entriamo. Le porte dell'ascensore si aprono. Tutti e tre, uno dopo l'altro, piano secondo. Dico: "Vedi? E scommetto che andiamo allo stesso piano. E ti dirò, secondo me entreremo anche nella stessa porta. Ci credi?". Si nasconde, la bambina. Finalmente mi guarda mentre sorride e per un attimo mi guarda anche sua madre. Ecco, contatto. Ma no, di nuovo gli occhi bassi. Stringo la maniglia della mia borsa di pelle e mi sento rassegnato. Umanamente rassegnato. Le porte dell'ascensore si aprono. Ping! Scendiamo, prima loro poi io. "Vedi? Ecco, entriamo nella stessa porta! Sono un mago, lo sai? Mi vesto così, ma sono un mago". Piccolo sorriso sdentato, gengive rosse, occhi lucidi. Una timida risata. Anche la madre sorride. Una volta dentro l'ufficio i colleghi alzano gli occhi. Mi salutano, ma solo me. Sono salito con gli invisibili? "Ciao, allora" dico alla bambina. "Buona serata" alla madre. E finalmente mi guarda. Sarà più giovane di me di almeno cinque anni. "Buona sera a lei, signore". "Francesco. Solo Francesco". Poi si allontanano lungo il corridoio. La bambina aiuterà la mamma a pulire gli uffici.

Il mio cestino è pieno. Lo svuoto da solo. Poi mi metto sulla poltrona e, con il mento sui gomiti penso che votare ha sempre meno senso, ma lo farò, perché la quotidianità è politica, respirare è politico, salutare, ringraziare, litigare, svuotare un cestino è politico. E io "odio gli indifferenti".
postato da: Hackmuth alle ore aprile 12, 2008 11:18 | Permalink | commenti (1)
categoria:vitaccia, indignazioni, me
05/04/2008

Papa Giovanni Paolo II (Superman) e il generale Pinochet.

Secondo Joseph Ratzinger il "buon" Carol Wojtyla aveva "poteri soprannaturali". Una guardia svizzera giura di averlo visto entrare in confessionale ed uscirne pochi secondi dopo con indosso una tutina blu col mantello rosso.
postato da: Hackmuth alle ore aprile 05, 2008 10:35 | Permalink | commenti (4)
categoria:freccette
28/03/2008


GELOSIA    "Sentimento che nasce nell'amore e che è cagionato dal timore che la persona amata preferisca qualcun altro" (Littré)

[...]


Come geloso, io soffro quattro volte: perché sono geloso, perché mi rimprovero d'esserlo, perché temo che la mia gelosia finisca col ferire l'altro, perché mi lascio soggiogare da una banalità: soffro di essere escluso, di essere aggressivo, di essere pazzo e di essere come tutti gli altri.
postato da: Hackmuth alle ore marzo 28, 2008 08:46 | Permalink | commenti (2)
categoria:citazioni
12/03/2008

Giuliano Ferrara: dai picchetti comunisti fuori dalla FIAT Mirafiori alla lista elettorale contro l'aborto e a favore della vita. La riscoperta della fede. Avrà visto la Madonna in un panino crauti e salsiccia.

postato da: Hackmuth alle ore marzo 12, 2008 10:21 | Permalink | commenti (7)
categoria:freccette
11/03/2008

Leti ed io in auto. Mi fermo ad un semaforo. E' buio, domenica sera. Ognuno sovrappensiero a modo proprio. Sulla sinistra spicca un'insegna blu elettrico. CONFARTIGIANATO.

Leti: ma cos'è la Confartigianato?

Io: la confederazione degli artigiani. Una sorta di sindacato.

Leti: capito.

Io: la Confindustria è quella degli industriali e la Confcommercio quella dei commercianti, per dire. Ce ne sono moltissime.

Leti: sì sì, capito.

Io: poi c'è la Confucio. La confederazione dei filosofi.

Ci guardiamo. Siamo noi che qualche secondo dopo ridiamo come matti.

postato da: Hackmuth alle ore marzo 11, 2008 08:25 | Permalink | commenti
categoria:intercettazioni
09/03/2008
 
Via Roma, sotto l'ufficio. Un tizio si avvicina tra la folla. Lo vedo apparire e scomparire dietro teste e spalle e berretti. Sbraita. Ce l'ha col Paese, che non si può vivere qui, che tutti si accaniscono contro di lui. Teste di merda, grida. Proprio così. Ed in un attimo me lo trovo davanti e quando dico davanti dico a cinque centimetri. Viso a viso. Ha la barba ispida, grigia. Penso alla spiacevole sensazione che deve dare toccarla. Strofinarci contro la mano. Eh, allora, testa di merda, non sei d'accordo? Lo sai che sei una testa di merda anche tu, cravatta rossa di stocazzo? Lo sai o no? Non mi scompongo. Grida, ma è innocuo. Lo sento. La sigaretta mi si consuma tra le mani. Dico: non sono tanto più testa di merda di molti altri. Devo averlo spiazzato. Mi guarda dritto negli occhi, quasi che... No, niente. Semplicemente mi scansa e se ne va. Ricomincia a sbraitare. A volte è bello prendersela con qualcuno o qualcosa. Lo faccio anche io, senza sbraitare. L'altro giorno è stato il turno del computer al lavoro: lento, testardo, mi boicottava. Testa di merda. L'ho riavviato almeno tre volte, così impara.
 
Piazza San Carlo. Sono seduto al sole, proprio sugli scaloni del Cavallo. Il sole scalda, torpore diffuso. Sono le 14 e tra poco dovrò risalire. Un uomo senza un braccio mi passa davanti. Ha infilato la manica vuota della giacca in tasca, un'asola temporanea. Sua moglie lo tiene a braccetto dalla parte opposta. Una folata di vento caldo mi solleva i capelli e strappa la manica dell'uomo dalla tasca: sbatte due tre volte a vuoto, segna la direzione della corrente. Quando se ne accorge chiede alla moglie di aiutarlo. Rimettono a posto la manica. Ben incastrata in tasca. Riprendono a passeggiare. Ti manca di abbracciarla per bene? Ti manca nuotare, tenere un libro e sfogliarlo? Il vento ti ricorda la malinconia?
 
Via Po. Suono di antichi tamburi e d'altrettanto antiche mani che li percuotono. Lui è nero, grosso, imponente. Siede sopra ad una sedia a rotelle che ne deve aver viste di cotte e di crude. Tiene il grosso bongo tra le ginocchia inerti. Grosse trecce nerissime in testa e un sorriso smagliante. Non è di circostanza. Lo si capisce. E' diretto proprio a me che passo lì davanti in quel preciso momento. Suona un ritmo crescente che diventa forsennato, ma gradevole. Viene da chiedersi: fa tutto questo con due sole mani? In assenza di gambe ha potenziato le braccia. Fa magie. Lo ascolto per qualche minuto. Sono l'unico che si è fermato. Lui ha smesso di sorridere, è concentrato, è come da un'altra parte. Alla fine si blocca all'improvviso, sudato. Di nuovo quel suo antico sorriso. Offerta, amico. Gliel'allungo direttamente in mano. Lo sai che sembra che tu abbia dieci braccia quando suoni?
 
Lo so che fumare fa male. Però le pause sigaretta mi permettono tali incontri. E' un bel alibi, non trovate?
postato da: Hackmuth alle ore marzo 09, 2008 10:29 | Permalink | commenti (6)
categoria:metropolitales
26/02/2008
Famiglia Cristiana. "Il PD è un pasticcio veltroniano in salsa pannelliana". E poi potrebbe essere l'acronimo di Porco Dio.
 
Cina. Fabbriche lager: turni di 15 ore e senza protezione. I dirigenti della Tyssen-Krupp: "E poi sono i nostri operai a lamentarsi!".
 
Veltroni ai cattolici: "Dobbiamo convivere". Il Vaticano: "Aridaje, nun semo froci!".
 
Sanremo flop: ascolti crollati. Baudo commenta: "La gente è sempre spiazzata davanti al nuovo". Soprattutto quando è vecchio.
 
Foggia. Psicopatico uccide una donna: "E' stata la prima che ho incontrato". Mannaggia, non potevi incrociare la Mussolini?
 
Bari. Giovani kamikaze pronti per la mafia. Due di loro trovati imbottiti di cime di rapa.
 
Colui che dirà "Che cazzo vuoi?" sarà multabile. Non esiste infatti legge che regolamenti la scelta dei cazzi.
 
Il cardinale Tettamanzi predica su youtube. Se si manda il video al contrario si possono udire messaggi satanici.
 
Francesco Rutelli da ministro per la cultura a candidato sindaco per la città di Roma. Nessuna speranza, dunque, di vederlo in pianta stabile a Beautiful.
 
Veltroni non candida più Ciriaco De Mita tra le file del PD: "Sufficienti 45 anni da parlamentare". Il vecchio democristiano commenta: "Sono offeso. Avevo ancora molte cose da dire". Le solite cazzate.
 
UDC all'attacco di Berlusconi: "Sarebbe capace di accoltellarti alle spalle". E' già tanto se arriva alla chiappe.
 
Fidel Castro ha lasciato il potere. Si candiderà in Italia nella Sinistra arcobaleno insieme a nonno Bertinotti.

Scienza. Finalmente fotografato il punto G femminile. Fabrizio Corona dice di averne l'esclusiva.

Veltroni: "Sulla pedofilia serve la mano dura". Ecco, dillo anche ai tuoi amici del Vaticano.

Politica (?). Clemente Mastella non ha ancora sciolto i dubbi sulla sua collocazione politica. I due schieramenti tremano.

Napoli. Per combattere l'emergenza rifiuti in campo la Chiesa. Insegnerà la raccolta differenziata ai fedeli: plastica, carta, rifiuti organici e froci.
 
postato da: Hackmuth alle ore febbraio 26, 2008 20:00 | Permalink | commenti (2)
categoria:news
24/02/2008

Ho scelto un punto preciso del mio romanzo, quando Agostino incontra Angelo il libraio. Da quel momento il libro cambia e cambia il personaggio. Capita spesso nella vita. L'attimo che ti cambia. Tavolta lo capisci troppo tardi, altre immediatamente e fuggi. A me piace chiamarli inciampi. E ne ho avuti... oh, se ne ho avuti.

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Quanto mi mancava un bel libro, un appagante romanzo russo o qualche buona novella italiana, di quelle divertenti e fresche. Non avevo mai potuto leggere troppo a causa delle costanti ristrettezze economiche della mia famiglia. La mia meta favorita era stata la biblioteca Cesare Pavese di Mirafiori sud, ma avere un tempo prestabilito da altri per completare la lettura dei tomi presi a prestito, mi aveva sempre messo ansia. Certo, c’era la possibilità di tornare per allungare il periodo di prestito, ma avrei voluto la libertà più totale nella gestione del tempo che dedicavo alla lettura dei libri che amavo. Cercai di ricordare quanti libri avessi letto e mi sovvennero soltanto una manciata di titoli
. Una manciata neanche troppo abbondante quando al mondo ne esistevano… quanti? Milioni? Miliardi? Cifre esorbitanti che mi gettavano addosso un timore che non era reverenziale, ma di assoluta e manifesta inferiorità.
Appoggiai la fronte alla vetrina e cercai di leggere qualche titolo, ma era troppo buio lì dentro. Intuivo scaffali e libri, li immaginavo ordinati, composti, silenziosi e pazienti. Li immaginavo mentre bisbigliavano tra loro ed un romanzo spagnolo diceva ad uno russo ma cosa ne sai tu della corrida, stupido russo!, ed il russo rimproverava allo spagnolo di non conoscere i bagordi dell’aristocrazia corrotta russa ed un libro americano se la rideva, perché lui conosceva benissimo sia la corrida che i piaceri dell’alcool, giurava di sapere tutto meglio di tutti.

Ero irretito completamente da queste assurde fantasticherie, quando una mano si posò sulla mia spalla destra strappandomi un piccolo urlo di sorpresa. Balzai indietro, portandomi istintivamente le mani al volto.

“Sai quanto mi ci è voluto per lucidare questa vetrina?” mi apostrofò una voce catarrosa e sottilmente acuta. Non c’era rabbia o cattiveria in quel rimprovero. Attraverso le dita notai un largo sorriso, sotto un paio di baffi scuri appollaiati male sopra ad un labbro sottile ed asimmetrico.

“Chiedo scusa” balbettai quasi sussurrando.

L’uomo sospirò.

“Chiedere scusa spesso non ha altra funzione che accrescere la schiera dei bugiardi” disse pacato, mettendomi una mano sulla spalla. Fu esattamente allora che compresi che qualcosa non andava. C’era, da qualche parte, un particolare stonato. Era la sua mano, o meglio, era la sua mano sui miei vestiti lerci. Era quella confidenza e quella spontaneità. Era un sorriso schietto e senza filtri, che si mostrava per quello che era.

L’uomo mi guardava sorridendo, con quei ridicoli baffi neri che parevano finti per come pendevano incerti. Le sue pupille erano attraversate da un tremito costante che contagiava le iridi blu scuro e si trasmetteva sino alle sopracciglia, mosse com’erano da movimenti invisibili e repentini.

“Considerato l’interesse che hai mostrato per la mia vetrina, caro ragazzo, ne approfitto per porti questa domanda. Sii sincero, mi raccomando. Ti piace l’idea?”.

“Quale?”.

“Ti piace o no?”.

“Cosa?”.

“La vetrina, intendo. Il leggìo e tutto quanto”.

Mi piaceva, in effetti, ma non si trattava di un semplice piacere estetico. Non era quello, bensì un moto spontaneo assai più semplice e disinteressato. Il mio era quasi affetto. Quella vetrina stimolava una simpatia immediata ed intima, unita ad un velo di mistero.

“Mi piace” risposi infine.

“Bene!” commentò ad alta voce e mi afferrò per entrambe le spalle, scuotendomi mentre rideva sonoramente, divertito da una battuta che doveva essermi sfuggita. I suoi baffi tremavano come se dovessero cascare da un momento all’altro e mutilarne la persona in maniera evidente.

Ero spaventato.

L’uomo era come tiranneggiato da quei due grossi occhi blu tutti iride. Le pupille erano nervose capocchie di spillo. Portava un paio d’occhiali dorati dalla montatura rettangolare ed i pochi capelli che si alzavano dalla sommità del cranio rotondo erano sottili ed arruffati sulla fronte segnata da rughe nette e profonde. Erano brizzolati, più grigi che neri o bianchi.

“Ma proprio bene” disse ancora una volta, senza smettere di sorridere.

 
M’invitò ad entrare con lui. La libreria «Il re fuso» era sua da molti anni. Armeggiò con un voluminoso mazzo di chiavi ed aprì il grosso lucchetto che stava alla base della serranda che sbarrava l’ingresso. Alzò la saracinesca con un frastuono che mi parve incredibile e con una piccola chiave colorata di rosso fece scattare la serratura della porta d’ingresso. La spalancò e con una mano mi fece segno di entrare.
“Che cosa aspetti? Se attendi altri clienti, beh, ti dico subito che dovrai pazientare per un bel pezzo. L’originalità della mia vetrina è inversamente proporzionale al numero di clienti che entrano, si guardano in giro ed escono. Per tacere di quelli che entrano, si guardano intorno ed escono dopo aver acquistato almeno un libro. Ecco, quelli sono una minoranza che resiste, ma pur sempre una minoranza”.
“Non ho soldi con me” borbottai miseramente, come se volessi lasciare intendere che i soldi li possedevo, ma disgraziatamente avevo dimenticato il portafoglio con tutte le carte di credito sul tavolo della cucina.
“Soldi?”.
“Sì… non ho soldi”.
Mi fissò a lungo, piantato sulla soglia della sua libreria, mentre io ero già dentro e non sapevo come muovermi e cosa aspettarmi. Sospirò e quei ridicoli baffi tremolarono come la piuma di un piccolo corvo, minacciando ancora una volta di staccarsi e volare via. Il locale era buio e fresco. Da qualche parte ronzava qualcosa. Lasciò andare la maniglia e finalmente la porta si richiuse con un soffio ed uno scatto.
“I soldi non fanno la felicità, ragazzo. Mi sembra una banalità ripeterlo. È una cazzata, tutto sommato. I soldi non faranno la felicità e credimi se ti dico che auspico da sempre che non la facciano. Però la mancanza di soldi, stai sicuro, fa la disperazione. Ecco, così va meglio, almeno credo. Insomma, non è così semplice. Le equazioni lasciamole ai matematici o ai logici. Noi siamo più elastici. Io, per esempio, detesto i soldi e credimi se ti dico che non m’importa proprio nulla se ho pochi clienti. Qui dentro ho tutti i libri che voglio. Li leggo e li rimetto a posto. Se poi qualcuno ha voglia di comprarne un paio, beh, non sarò certo io a vietarglielo. Anzi, mi batto per una lettura diffusa e democratica. Sono un propugnatore dei diritti dei libri. Bibliofilo piuttosto che semplice venditore di libri. Ah, i vecchi librai di una volta. Loro sì che ci tenevano. Insomma, a proposito dei soldi, perché è da lì che sono partito, ecco, mi devo pur pagare le brache, non credi? Bene. Adesso sei dentro e i libri sono lì per essere guardati e sfogliati. Cosa aspetti? Ti sto offrendo una gita nel mio piccolo paradiso, ragazzo. Potrai fare tutte le marachelle che vorrai, qui dentro, come rubare un libro per esempio, ed io non ti dirò nulla. Mi volterò dall’altra parte. Ma rubane uno che ne valga la pena. Ci sono libri e libri. Voglio dire, storie e storie. C’è la bella storia narrata da cani. La brutta storia narrata alla perfezione. Ci sono brutte storie narrate da cani e storie stupende narrate da menti stupende in maniera stupenda. Questi libri sono i più rari, ma se ne trovi qualcuno del genere ti permetto di portarlo via e non riportarlo mai più. Lo giuro. Io li ho a cuore, i miei ragazzi”.
E così dicendo accese l’illuminazione e con un ampio cenno del braccio destro guidò il mio sguardo per la sala e lungo gli scaffali e sopra pile ordinate di libri.
C’era da perdere il fiato e da ingoiare parole. Spalancai gli occhi.


Il locale era piccolo e compatto, ma incredibilmente ingombro di libri. Sembrava che quell’uomo avesse studiato un metodo orientale per affollare la stanza di libri senza farla apparire scomoda da percorrere, perché gli stretti corridoi tra gli scaffali e i bassi espositori orientati come piccoli quartieri di città, erano facilmente raggiungibili e non si aveva mai l’impressione di essere soffocati. I libri avevano colonizzato quel locale impiantandoci una dittatura morbida e ordinata. Non c’era spazio per altro, se non per un piccolo mobile di legno azzurro su cui appoggiava un piccolo registratore di cassa ed uno sgabello dietro di esso. Gli scaffali multicolori di legno grezzo partivano da terra ed arrivavano dritti fino all’alto soffitto. I libri erano incolonnati, stipati, schiacciati tra gli scaffali. Erano così ordinati da sembrare mura. C’era lo scaffale dedicato alla letteratura russa. Quello dedicato alla manualistica. C’era tutto quello che potessi desiderare, eppure non sapevo come muovermi. Stavo fermo e mi guardavo intorno, abbassando lo sguardo anche sulle isole costituite dai bassi espositori simili a tavolini orientali, anch’essi ornati da pile di libri più o meno alte. Dall’alto apparivano come i quartieri di una città statunitense, con i grattacieli tozzi rappresentati dalle pile dritte di tomi di varia dimensione.
“Così non troverai mai quello che cerchi” mi apostrofò l’uomo. Si era accomodato sullo sgabello dietro alla cassa e aveva messo mano a qualche strano apparecchio nascosto, perché il locale si riempì presto della timida musica di un pianoforte sfiorato.
Lo fissai.
“Satie” mi disse, “bello vero?”.
Annuii poco convinto. Non ero in grado di capire se quel pianoforte accarezzato fosse la piacevole colonna sonora della mia ricerca o la traccia di un incubo kafkiano. Ero impietrito. Satie giocava sui tasti del pianoforte così come sulle curve del mio cuore.
Cosa dovevo cercare?
La musica tacque qualche secondo e nel fruscio che seguì trovai la risposta.
“Dove posso trovare «Le avventure di Tom Sawyer» di Mark Twain?”.
L’uomo sorrise. Si lisciò i baffi con una mano distratta, appiccicandoseli al labbro superiore. La musica riprese e lui rise di gusto, senza cattiveria. I suoi occhi brillavano sotto le luci al neon. Non ero in grado di vedere le sue pupille. Era come se il suo sguardo inglobasse tutto l’ambiente senza tralasciare nulla.
“Tu cerca, ragazzo. Cerca. La ricerca è la radice della passione”.

 
Lo trovai. Era un’edizione diversa da quella che la mamma mi aveva regalato da bambino. Non era cartonata, ma semplice, bianca e minuta. Mi fece tristezza, un profondo senso di tristezza accompagnato da un velo d’inadeguatezza. Sfogliai il libro velocemente. Le pagine frusciarono mentre Satie suonava. Sul frontespizio non c’era alcuna dedica per me. No, non era quello il libro che stavo cercando. Lo riposi. Mi voltai.
L’uomo era sempre al suo posto. Alzò le spalle e allargò le braccia.
“Riprova” disse semplicemente.

 
Ho smesso di credere che esistano libri della vita, libri che non puoi fare a meno di leggere, perché così è scritto nel tuo destino o da qualche parte, su di una pagina bianca che ti pende sulla testa. Non ci credo. Però mi piace confidare nel fatto che esistano libri fratelli e libri amanti, libri mogli e libri nemici e libri padri e libri nonni, libri gatti e libri topi, libri televisione e libri caffè, libri mare, libri montagna, libri sesso e libri pene, libri vagina e libri merda, libri violino e libri tamburo. Ma anche libri libri, i più rari, perché sono esattamente quello che sono, un insieme di fogli di carta e di parole e d’inchiostro e di frasi, di storia. Sono libri che non incantano né commuovono. Sono oggetti che la storia ha depositato sul nostro cammino.

 
Scelsi un libro fratello ed un libro amante. Quando mi avvicinai alla cassa nelle mie mani c’era una copia di «Chiedi alla polvere» di John Fante e una di “Jules e Jim” di Henri-Pierre Roché, sovrapposte e già intimamente legate alla mia scelta e alla mia vita.
“Credo di aver finito” dissi a mezza voce.
L’uomo alzò lo sguardo dalle proprie mani incrociate sul banco della cassa e si aprì in un sorriso tanto ampio quanto franco. Il pianoforte di Satie era appena udibile in un pezzo che sembrava la rappresentazione musicale del tatto più amorevole.
“Finito? Appena cominciato, voglio sperare”.
Mi prese delicatamente i libri dalle mani, diede una rapida occhiata calandosi gli occhiali sulla punta del naso e fischiò compiaciuto. Rialzò lo sguardo e mi fissò, reclinando il capo verso destra senza recuperare gli occhiali. Il suo accogliente sorriso era solo un’ombra sulle sue labbra sottili. Sentii chiaramente e per la prima volta un forte odore di vino nell’aria. Sembrava arrivato dal nulla.
“Come ti chiami?”.
“Agostino” risposi.
“Agostino, bene. Posso fare altro per te?”.
“Non voglio essere compatito” trovai il coraggio di rispondere. “È un peso”.
“Compatito? Patti chiari e amicizia lunga, Agostino. Tu non vuoi essere compatito ed è giusto, lo capisco perfettamente. Io voglio qualcosa in cambio, però. Chiamalo baratto, se vuoi. Tu fai questa cosa per me ed io non proverò compassione per te. Se invece ti rifiuti, oh, allora mi metterò a piangere qui davanti a te, ti abbraccerò, urlerò povero Agostino!, povero lui, che vita disastrosa che ha, che grande sfortuna, che accanirsi del destino! Siamo d’accordo? Farai questa cosa per me?”.
Di nuovo quel sorriso e il pungete odore di vino.
“D’accordo” promisi. Non percepivo alcuna minaccia. La strada mi aveva preparato.
“Bene Agostino, qua la mano. Stringila, per la miseria. Stringi la mia mano! Ecco, bene. Ora ascolta. Io mi chiamo Angelo. Siamo in procinto di stipulare un patto, un accordo tra amici. È chiaro? Perfetto. Apri le tue orecchie alla mia molesta voce, Agostino. Vedi questi due libri? Li hai scelti tu, giusto? Giusto. Li hai mai letti? Uno sì e l’altro no. Perfetto, davvero. Un giusto equilibrio, un equilibro, perdona il gioco di parole. Quello che hai letto non lo ricordi bene? Sarà una riscoperta. Ti invidio. Bene. Questi libri adesso sono tuoi. Te li regalo. Non interrompermi, Agostino. Aspetta, il nocciolo dell’accordo deve ancora arrivare. Procediamo. Questa sera prendi uno di questi due libri. Quello che vuoi. Comincia a leggerlo. Hai voglia di leggere, dico bene? Certo che sì. Allora leggi. Una pagina al giorno, venti pagine all’ora, quello che ti pare. Leggi. Persevera. Quando arriverai a metà, giusto a metà, beh, allora farai così: se la metà che hai letto ti è piaciuta, se ti ha conquistato, se ti ha emozionato, commosso, eccitato, procurato sogni erotici, se la metà che hai letto ti ha scosso, beh, allora torni qui da me e ti metti nelle mie mani. Torni qui e stai ad ascoltare quello che ho da dirti e poi fai lo sforzo di seguirmi, di seguire Angelo nella sua follia. D’accordo?”.
Titubai giusto un secondo.
“D’accordo” risposi.
Mi restituì i libri e trafficò sotto la cassa finché non trovò due segnalibri di cartoncino.
“No” dissi, “preferisco fare le orecchie alle pagine per tenere il segno”.
“Come preferisci. Ognuno ha le proprie abitudini. Ricorda il nostro patto”.
“Farò le orecchie per ricordare”.
Mi fermai sulla soglia de «Il re fuso» con i libri sotto il braccio. Mi voltai lentamente verso Angelo in tempo per vederlo uscire da dietro la cassa con le mani ficcate in tasca e gli occhiali ancora bassi sul naso.
“Grazie” dissi.
“A te, Agostino. A te”.
“La tua libreria è molto accogliente. Davvero. La gente non sa cosa si perde”.
Sorrise.
“Io invece so benissimo quanto ci perdo. È tutto scritto in un libraccio che tiene il mio commercialista. Non è un libro che m’interessa, comunque”.
Sorrisi. Mi sentivo davvero in gran forma, come se fossi un piccolo treno a vapore che scivola su binari oliati di fresco. Non c’era attrito nei miei gesti e nei miei pensieri, ogni sensazione era solidamente al proprio posto.
Uscii da quella libreria con la sensazione di esservi appena entrato.

postato da: Hackmuth alle ore febbraio 24, 2008 13:35 | Permalink | commenti
categoria:letteratura, me scribacchino
20/02/2008
Entro in ufficio alle 8:45. Qualche volta già alle 8 e sono il primo. Ne esco alle 19, se tutto va bene. Altrimenti anche dopo. E certi momenti, gomiti sulla scrivania, sguardo perso nel vuoto, senso di svuotamento. Non esattamente stanchezza. Inadeguatezza. Voglia di fuggire. Avercele, le ali. Un paio. Di cartone. Anzi, di carta. Così eccole. Un regalo di Leti: un fumetto. "Mister Wiggles", creato da Neil Swaab. Chi è Mister Wiggles che mi fornisce ali di carta per piccole evasioni? E' un orsetto di pezza sadico, assatanato e osceno che schiaccia ogni tabù. E porta via dall'ufficio, all'occorrenza. Grazie, Leti. Complice d'evasioni.




postato da: Hackmuth alle ore febbraio 20, 2008 20:42 | Permalink | commenti
categoria:sopravvivenze quotidiane
05/02/2008

Via Candiolo, strada chiusa. La grossa gatta nera sguscia via da sotto la mia automobile ghiacciata. Non è più blu, ma cangiante. Posso distinguere chiaramente la forma delle molecole di ghiaccio. Sotto la luce giallastra dei lampioni esplodono di bagliori. Gratto via il primo strato. Alzo lo sguardo. Mia madre mi guarda dalla finestra. Labiale: "Era meglio se la mettevi dentro". Buongiorno.

Corso Siracusa, quasi piazza Rivoli. C'è una mamma che avanza col suo bambinone. E' affetto da sindrome di down ed è biondissimo, coi capelli lunghi sulle orecchie e la sciarpa enorme avvolta malamente attorno al collo. La donna lo deve trascinare. "Gli elefanti volano?" domanda con un vocione inaspettato. Tutto vola se gli si dà la spinta giusta, vorrei rispondergli.

Metropolitana, stazione Bernini. Salgono ridendo. Lui ha una spessa sciarpa di lana grezza marrone arrotolata sulla testa e giù sugli occhi. Lei è molto carina, onde di capelli color castagna matura. Lo tiene per mano. Deve essere un gioco. Lo guida dentro il vagone. Lui per poco non sbatte contro la sbarra di lucido metallo. Vi s'appende. Lei ride come una bambina. "Attento, scemo. Tieniti qui". Lui le cerca le labbra nel buio di quella cecità per gioco. Si baciano. "C'è molta gente?" domanda il ragazzo. "E' pieno!" risponde lei e ride di nuovo. "Buongiorno!" saluta lui ad alta voce. Nessuno risponde tranne me. La ragazza mi guarda. Sorride. Scendono a XVIII Dicembre. Lei lo guida fuori, ne fa quel che vuole. Forse scriveranno i loro nomi sui banchi di scuola.

Via Roma, quasi piazza CLN. Il senza tetto si stringe nell’angolo, grigio marmo. Tira le ginocchia al petto. Ha una giacca a vento leggera e lercia che deve essere stata colorata. Il berretto di lana calcato in testa ha una piccola visiera sporca di bianco. Intonaco. L’uomo canta: "Mamma, solo per te la mia canzone vola!". E allora vedi che tutto vola, se gli si dà la spinta giusta?

Piazza San Carlo. Il termometro sul tetto segna zero spaccato. Il sole è ancora troppo basso, ma rotola dalle vie laterali fin sulla pavimentazione ghiacciata. Mi stringo nel cappotto. Aspetto anch’io la spinta giusta per volare via, da chi so io, dove so io.

postato da: Hackmuth alle ore febbraio 05, 2008 09:17 | Permalink | commenti (4)
categoria:metropolitales
02/02/2008

La suggestione m'è venuta ascoltando l'ultimo disco degli Akron/Family, più precisamente la traccia numero 3 "Don't be afraid, you're already dead", laddove il testo recita: "Love is simple". E così ho avuto una sorta di epifania. In una manciata di secondi ho rivisto il mio passato - recente e lontano - e mi sono ritrovato a dire, a mezza voce:

"L'amore è semplice. Siamo noi bravissimi a complicarlo".

Che poi nelle complicazioni talvolta ci sguazziamo, chiaro. C'è chi vive di sole complicazioni. Ma quante occasioni buttate, quante situazioni irrancidite? E dire che "Love is simple". Siamo gran cestinatori d'innamoramento.

Non voglio più dare per scontato nulla. Voglio riciclare, rimettere in circolo, per la volta successiva. Recuperare, riutilizzare, ottimizzare. Non mi è mai stato così chiaro e credo di averlo già cominciato a fare. La vita va semplificata, a partire dell'amore. Schiettezza, pochi decisi tocchi di lapis, giorno dopo giorno. Senza pretese, con sogni che siano obiettivi minimi. Gradini.

"Don't be afraid, it's only love. Love is simple".

postato da: Hackmuth alle ore febbraio 02, 2008 09:27 | Permalink | commenti (3)
categoria:massime autoprodotte