
Ho scelto un punto preciso del mio romanzo, quando Agostino incontra Angelo il libraio. Da quel momento il libro cambia e cambia il personaggio. Capita spesso nella vita. L'attimo che ti cambia. Tavolta lo capisci troppo tardi, altre immediatamente e fuggi. A me piace chiamarli inciampi. E ne ho avuti... oh, se ne ho avuti.
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Quanto mi mancava un bel libro, un appagante romanzo russo o qualche buona novella italiana, di quelle divertenti e fresche. Non avevo mai potuto leggere troppo a causa delle costanti ristrettezze economiche della mia famiglia. La mia meta favorita era stata la biblioteca Cesare Pavese di Mirafiori sud, ma avere un tempo prestabilito da altri per completare la lettura dei tomi presi a prestito, mi aveva sempre messo ansia. Certo, c’era la possibilità di tornare per allungare il periodo di prestito, ma avrei voluto la libertà più totale nella gestione del tempo che dedicavo alla lettura dei libri che amavo. Cercai di ricordare quanti libri avessi letto e mi sovvennero soltanto una manciata di titoli. Una manciata neanche troppo abbondante quando al mondo ne esistevano… quanti? Milioni? Miliardi? Cifre esorbitanti che mi gettavano addosso un timore che non era reverenziale, ma di assoluta e manifesta inferiorità.
Appoggiai la fronte alla vetrina e cercai di leggere qualche titolo, ma era troppo buio lì dentro. Intuivo scaffali e libri, li immaginavo ordinati, composti, silenziosi e pazienti. Li immaginavo mentre bisbigliavano tra loro ed un romanzo spagnolo diceva ad uno russo ma cosa ne sai tu della corrida, stupido russo!, ed il russo rimproverava allo spagnolo di non conoscere i bagordi dell’aristocrazia corrotta russa ed un libro americano se la rideva, perché lui conosceva benissimo sia la corrida che i piaceri dell’alcool, giurava di sapere tutto meglio di tutti.
Ero irretito completamente da queste assurde fantasticherie, quando una mano si posò sulla mia spalla destra strappandomi un piccolo urlo di sorpresa. Balzai indietro, portandomi istintivamente le mani al volto.
“Sai quanto mi ci è voluto per lucidare questa vetrina?” mi apostrofò una voce catarrosa e sottilmente acuta. Non c’era rabbia o cattiveria in quel rimprovero. Attraverso le dita notai un largo sorriso, sotto un paio di baffi scuri appollaiati male sopra ad un labbro sottile ed asimmetrico.
“Chiedo scusa” balbettai quasi sussurrando.
L’uomo sospirò.
“Chiedere scusa spesso non ha altra funzione che accrescere la schiera dei bugiardi” disse pacato, mettendomi una mano sulla spalla. Fu esattamente allora che compresi che qualcosa non andava. C’era, da qualche parte, un particolare stonato. Era la sua mano, o meglio, era la sua mano sui miei vestiti lerci. Era quella confidenza e quella spontaneità. Era un sorriso schietto e senza filtri, che si mostrava per quello che era.
L’uomo mi guardava sorridendo, con quei ridicoli baffi neri che parevano finti per come pendevano incerti. Le sue pupille erano attraversate da un tremito costante che contagiava le iridi blu scuro e si trasmetteva sino alle sopracciglia, mosse com’erano da movimenti invisibili e repentini.
“Considerato l’interesse che hai mostrato per la mia vetrina, caro ragazzo, ne approfitto per porti questa domanda. Sii sincero, mi raccomando. Ti piace l’idea?”.
“Quale?”.
“Ti piace o no?”.
“Cosa?”.
“La vetrina, intendo. Il leggìo e tutto quanto”.
Mi piaceva, in effetti, ma non si trattava di un semplice piacere estetico. Non era quello, bensì un moto spontaneo assai più semplice e disinteressato. Il mio era quasi affetto. Quella vetrina stimolava una simpatia immediata ed intima, unita ad un velo di mistero.
“Mi piace” risposi infine.
“Bene!” commentò ad alta voce e mi afferrò per entrambe le spalle, scuotendomi mentre rideva sonoramente, divertito da una battuta che doveva essermi sfuggita. I suoi baffi tremavano come se dovessero cascare da un momento all’altro e mutilarne la persona in maniera evidente.
Ero spaventato.
L’uomo era come tiranneggiato da quei due grossi occhi blu tutti iride. Le pupille erano nervose capocchie di spillo. Portava un paio d’occhiali dorati dalla montatura rettangolare ed i pochi capelli che si alzavano dalla sommità del cranio rotondo erano sottili ed arruffati sulla fronte segnata da rughe nette e profonde. Erano brizzolati, più grigi che neri o bianchi.
“Ma proprio bene” disse ancora una volta, senza smettere di sorridere.
M’invitò ad entrare con lui. La libreria «Il re fuso» era sua da molti anni. Armeggiò con un voluminoso mazzo di chiavi ed aprì il grosso lucchetto che stava alla base della serranda che sbarrava l’ingresso. Alzò la saracinesca con un frastuono che mi parve incredibile e con una piccola chiave colorata di rosso fece scattare la serratura della porta d’ingresso. La spalancò e con una mano mi fece segno di entrare.
“Che cosa aspetti? Se attendi altri clienti, beh, ti dico subito che dovrai pazientare per un bel pezzo. L’originalità della mia vetrina è inversamente proporzionale al numero di clienti che entrano, si guardano in giro ed escono. Per tacere di quelli che entrano, si guardano intorno ed escono dopo aver acquistato almeno un libro. Ecco, quelli sono una minoranza che resiste, ma pur sempre una minoranza”.
“Non ho soldi con me” borbottai miseramente, come se volessi lasciare intendere che i soldi li possedevo, ma disgraziatamente avevo dimenticato il portafoglio con tutte le carte di credito sul tavolo della cucina.
“Soldi?”.
“Sì… non ho soldi”.
Mi fissò a lungo, piantato sulla soglia della sua libreria, mentre io ero già dentro e non sapevo come muovermi e cosa aspettarmi. Sospirò e quei ridicoli baffi tremolarono come la piuma di un piccolo corvo, minacciando ancora una volta di staccarsi e volare via. Il locale era buio e fresco. Da qualche parte ronzava qualcosa. Lasciò andare la maniglia e finalmente la porta si richiuse con un soffio ed uno scatto.
“I soldi non fanno la felicità, ragazzo. Mi sembra una banalità ripeterlo. È una cazzata, tutto sommato. I soldi non faranno la felicità e credimi se ti dico che auspico da sempre che non la facciano. Però la mancanza di soldi, stai sicuro, fa la disperazione. Ecco, così va meglio, almeno credo. Insomma, non è così semplice. Le equazioni lasciamole ai matematici o ai logici. Noi siamo più elastici. Io, per esempio, detesto i soldi e credimi se ti dico che non m’importa proprio nulla se ho pochi clienti. Qui dentro ho tutti i libri che voglio. Li leggo e li rimetto a posto. Se poi qualcuno ha voglia di comprarne un paio, beh, non sarò certo io a vietarglielo. Anzi, mi batto per una lettura diffusa e democratica. Sono un propugnatore dei diritti dei libri. Bibliofilo piuttosto che semplice venditore di libri. Ah, i vecchi librai di una volta. Loro sì che ci tenevano. Insomma, a proposito dei soldi, perché è da lì che sono partito, ecco, mi devo pur pagare le brache, non credi? Bene. Adesso sei dentro e i libri sono lì per essere guardati e sfogliati. Cosa aspetti? Ti sto offrendo una gita nel mio piccolo paradiso, ragazzo. Potrai fare tutte le marachelle che vorrai, qui dentro, come rubare un libro per esempio, ed io non ti dirò nulla. Mi volterò dall’altra parte. Ma rubane uno che ne valga la pena. Ci sono libri e libri. Voglio dire, storie e storie. C’è la bella storia narrata da cani. La brutta storia narrata alla perfezione. Ci sono brutte storie narrate da cani e storie stupende narrate da menti stupende in maniera stupenda. Questi libri sono i più rari, ma se ne trovi qualcuno del genere ti permetto di portarlo via e non riportarlo mai più. Lo giuro. Io li ho a cuore, i miei ragazzi”.
E così dicendo accese l’illuminazione e con un ampio cenno del braccio destro guidò il mio sguardo per la sala e lungo gli scaffali e sopra pile ordinate di libri.
C’era da perdere il fiato e da ingoiare parole. Spalancai gli occhi.
Il locale era piccolo e compatto, ma incredibilmente ingombro di libri. Sembrava che quell’uomo avesse studiato un metodo orientale per affollare la stanza di libri senza farla apparire scomoda da percorrere, perché gli stretti corridoi tra gli scaffali e i bassi espositori orientati come piccoli quartieri di città, erano facilmente raggiungibili e non si aveva mai l’impressione di essere soffocati. I libri avevano colonizzato quel locale impiantandoci una dittatura morbida e ordinata. Non c’era spazio per altro, se non per un piccolo mobile di legno azzurro su cui appoggiava un piccolo registratore di cassa ed uno sgabello dietro di esso. Gli scaffali multicolori di legno grezzo partivano da terra ed arrivavano dritti fino all’alto soffitto. I libri erano incolonnati, stipati, schiacciati tra gli scaffali. Erano così ordinati da sembrare mura. C’era lo scaffale dedicato alla letteratura russa. Quello dedicato alla manualistica. C’era tutto quello che potessi desiderare, eppure non sapevo come muovermi. Stavo fermo e mi guardavo intorno, abbassando lo sguardo anche sulle isole costituite dai bassi espositori simili a tavolini orientali, anch’essi ornati da pile di libri più o meno alte. Dall’alto apparivano come i quartieri di una città statunitense, con i grattacieli tozzi rappresentati dalle pile dritte di tomi di varia dimensione.
“Così non troverai mai quello che cerchi” mi apostrofò l’uomo. Si era accomodato sullo sgabello dietro alla cassa e aveva messo mano a qualche strano apparecchio nascosto, perché il locale si riempì presto della timida musica di un pianoforte sfiorato.
Lo fissai.
“Satie” mi disse, “bello vero?”.
Annuii poco convinto. Non ero in grado di capire se quel pianoforte accarezzato fosse la piacevole colonna sonora della mia ricerca o la traccia di un incubo kafkiano. Ero impietrito. Satie giocava sui tasti del pianoforte così come sulle curve del mio cuore.
Cosa dovevo cercare?
La musica tacque qualche secondo e nel fruscio che seguì trovai la risposta.
“Dove posso trovare «Le avventure di Tom Sawyer» di Mark Twain?”.
L’uomo sorrise. Si lisciò i baffi con una mano distratta, appiccicandoseli al labbro superiore. La musica riprese e lui rise di gusto, senza cattiveria. I suoi occhi brillavano sotto le luci al neon. Non ero in grado di vedere le sue pupille. Era come se il suo sguardo inglobasse tutto l’ambiente senza tralasciare nulla.
“Tu cerca, ragazzo. Cerca. La ricerca è la radice della passione”.
Lo trovai. Era un’edizione diversa da quella che la mamma mi aveva regalato da bambino. Non era cartonata, ma semplice, bianca e minuta. Mi fece tristezza, un profondo senso di tristezza accompagnato da un velo d’inadeguatezza. Sfogliai il libro velocemente. Le pagine frusciarono mentre Satie suonava. Sul frontespizio non c’era alcuna dedica per me. No, non era quello il libro che stavo cercando. Lo riposi. Mi voltai.
L’uomo era sempre al suo posto. Alzò le spalle e allargò le braccia.
“Riprova” disse semplicemente.
Ho smesso di credere che esistano libri della vita, libri che non puoi fare a meno di leggere, perché così è scritto nel tuo destino o da qualche parte, su di una pagina bianca che ti pende sulla testa. Non ci credo. Però mi piace confidare nel fatto che esistano libri fratelli e libri amanti, libri mogli e libri nemici e libri padri e libri nonni, libri gatti e libri topi, libri televisione e libri caffè, libri mare, libri montagna, libri sesso e libri pene, libri vagina e libri merda, libri violino e libri tamburo. Ma anche libri libri, i più rari, perché sono esattamente quello che sono, un insieme di fogli di carta e di parole e d’inchiostro e di frasi, di storia. Sono libri che non incantano né commuovono. Sono oggetti che la storia ha depositato sul nostro cammino.
Scelsi un libro fratello ed un libro amante. Quando mi avvicinai alla cassa nelle mie mani c’era una copia di «Chiedi alla polvere» di John Fante e una di “Jules e Jim” di Henri-Pierre Roché, sovrapposte e già intimamente legate alla mia scelta e alla mia vita.
“Credo di aver finito” dissi a mezza voce.
L’uomo alzò lo sguardo dalle proprie mani incrociate sul banco della cassa e si aprì in un sorriso tanto ampio quanto franco. Il pianoforte di Satie era appena udibile in un pezzo che sembrava la rappresentazione musicale del tatto più amorevole.
“Finito? Appena cominciato, voglio sperare”.
Mi prese delicatamente i libri dalle mani, diede una rapida occhiata calandosi gli occhiali sulla punta del naso e fischiò compiaciuto. Rialzò lo sguardo e mi fissò, reclinando il capo verso destra senza recuperare gli occhiali. Il suo accogliente sorriso era solo un’ombra sulle sue labbra sottili. Sentii chiaramente e per la prima volta un forte odore di vino nell’aria. Sembrava arrivato dal nulla.
“Come ti chiami?”.
“Agostino” risposi.
“Agostino, bene. Posso fare altro per te?”.
“Non voglio essere compatito” trovai il coraggio di rispondere. “È un peso”.
“Compatito? Patti chiari e amicizia lunga, Agostino. Tu non vuoi essere compatito ed è giusto, lo capisco perfettamente. Io voglio qualcosa in cambio, però. Chiamalo baratto, se vuoi. Tu fai questa cosa per me ed io non proverò compassione per te. Se invece ti rifiuti, oh, allora mi metterò a piangere qui davanti a te, ti abbraccerò, urlerò povero Agostino!, povero lui, che vita disastrosa che ha, che grande sfortuna, che accanirsi del destino! Siamo d’accordo? Farai questa cosa per me?”.
Di nuovo quel sorriso e il pungete odore di vino.
“D’accordo” promisi. Non percepivo alcuna minaccia. La strada mi aveva preparato.
“Bene Agostino, qua la mano. Stringila, per la miseria. Stringi la mia mano! Ecco, bene. Ora ascolta. Io mi chiamo Angelo. Siamo in procinto di stipulare un patto, un accordo tra amici. È chiaro? Perfetto. Apri le tue orecchie alla mia molesta voce, Agostino. Vedi questi due libri? Li hai scelti tu, giusto? Giusto. Li hai mai letti? Uno sì e l’altro no. Perfetto, davvero. Un giusto equilibrio, un equilibro, perdona il gioco di parole. Quello che hai letto non lo ricordi bene? Sarà una riscoperta. Ti invidio. Bene. Questi libri adesso sono tuoi. Te li regalo. Non interrompermi, Agostino. Aspetta, il nocciolo dell’accordo deve ancora arrivare. Procediamo. Questa sera prendi uno di questi due libri. Quello che vuoi. Comincia a leggerlo. Hai voglia di leggere, dico bene? Certo che sì. Allora leggi. Una pagina al giorno, venti pagine all’ora, quello che ti pare. Leggi. Persevera. Quando arriverai a metà, giusto a metà, beh, allora farai così: se la metà che hai letto ti è piaciuta, se ti ha conquistato, se ti ha emozionato, commosso, eccitato, procurato sogni erotici, se la metà che hai letto ti ha scosso, beh, allora torni qui da me e ti metti nelle mie mani. Torni qui e stai ad ascoltare quello che ho da dirti e poi fai lo sforzo di seguirmi, di seguire Angelo nella sua follia. D’accordo?”.
Titubai giusto un secondo.
“D’accordo” risposi.
Mi restituì i libri e trafficò sotto la cassa finché non trovò due segnalibri di cartoncino.
“No” dissi, “preferisco fare le orecchie alle pagine per tenere il segno”.
“Come preferisci. Ognuno ha le proprie abitudini. Ricorda il nostro patto”.
“Farò le orecchie per ricordare”.
Mi fermai sulla soglia de «Il re fuso» con i libri sotto il braccio. Mi voltai lentamente verso Angelo in tempo per vederlo uscire da dietro la cassa con le mani ficcate in tasca e gli occhiali ancora bassi sul naso.
“Grazie” dissi.
“A te, Agostino. A te”.
“La tua libreria è molto accogliente. Davvero. La gente non sa cosa si perde”.
Sorrise.
“Io invece so benissimo quanto ci perdo. È tutto scritto in un libraccio che tiene il mio commercialista. Non è un libro che m’interessa, comunque”.
Sorrisi. Mi sentivo davvero in gran forma, come se fossi un piccolo treno a vapore che scivola su binari oliati di fresco. Non c’era attrito nei miei gesti e nei miei pensieri, ogni sensazione era solidamente al proprio posto.
Uscii da quella libreria con la sensazione di esservi appena entrato.